Elio: il male di quest’epoca è adeguarsi, non inventare (intervista).

Apparso su il Manifesto il 22 giugno 2016.

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link esterno: articolo su il Manifesto online del 22 giugno 2016

C'è vita al di fuori dalle Storie tese per Stefano Belisari meglio conosciuto come Elio. Un curriculum da solista ricco di spunti: cantautore, compositore, polistrumentista, attore teatrale ed ex giocatore di baseball. Elio oltre a ritagliarsi anche un ruolo televisivo come giurato nel talent X Factor, è anche interprete di partiture scritte per lui da compositori di provenienza classica come Luca Lombardi o Nicola Campogrande.

Parliamo di politica e di musica?

Ho sempre vissuto la politica come un tema vischioso e non la vivo bene. L'intento iniziale era quello di non occuparsene, ma poi c'è stata l'epoca di Berlusconi in cui non si poteva stare zitti, si vedevano cose orrende e ogni tanto ci siamo esposti. C'è quell'esempio scandaloso della costruzione del palazzo della Regione (denunciata nella canzone Parco Sempione). Anche durante la campagna per l'elezione del sindaco a Milano ci siamo esposti, ma sempre a modo nostro. Quando ci sembrava impossibile non muoverci l'abbiamo fatto, ma in generale vivo i mondi della politica e della musica piuttosto lontani. Io personalmente sento una responsabilità nei confronti di chi vuole suonare oggi, dei ragazzini. Se c'è una colpa che attribuisco più di altre a Berlusconi e agli ultimi vent'anni è il non avere stimolato né coltivato, ma anzi aver contribuito ad affossare tutto quello che si mette sotto il nome di cultura in Italia, e la musica trovo sia stata affossata particolarmente. Quand'ero piccolo ero appassionato di musica, un giorno è entrata in classe la bidella che ha detto: chi si vuole iscrivere a un corso di musica? Io ho alzato subito la mano perché volevo a tutti i costi imparare la musica. Se non fosse entrata in classe quel giorno quella persona chissà se avrei fatto quello che ho fatto. Quella persona era entrata in classe perché la Scuola Civica di Milano aveva istituito delle sedi periferiche. Questo esperimento ha dato frutti, nella mia zona ho amici che hanno cominciato così e ancora oggi suonano. Poi quelle sedi sono state chiuse. Ti racconto questa cosa perché lì c'è stata la volontà di qualcuno che ha pensato di andare a raggiungere i ragazzini delle periferie. Non è avvenuto per caso che io abbia studiato musica, è accaduto perché qualcuno ha pensato che fosse giusto e utile andare a raccogliere i ragazzini che altrimenti non avrebbero avuto i mezzi per andare nella sede centrale della scuola. Questo è politica, nel resto del mondo occidentale la musica viene insegnata fin da piccoli. Chi lavora nella musica in Italia purtroppo fa una vita infernale, li conosco quelli che lavorano nelle orchestre, come si fa a fare una vita del genere? Trovo che sia assurdo, noi con il nostro Dna dovremmo trasformare la cultura in un'industria, in una fonte di lavoro e di ricchezza. Invece siamo ancora sotto l'effetto di quello che disse uno vent'anni fa, che con la cultura non si mangia. Una cazzata.

Anche l'intento didattico del gruppo ha una valenza politica, la tendenza ad acculturare musicalmente i suoi ascoltatori.

Questo è un ingrediente che c'è sempre stato, ma bisogna considerare che siamo in tanti nel gruppo e dunque ci sono diverse spinte. Quando ho fondato la band negli anni '70, a parte i gruppi storici come gli Area, PFM o le Orme, la musica italiana che vendeva tanto era di basso livello; dunque findall'inizio c'era l'idea di creare un progetto che avesse anche quello scopo, poi questa cosa è stata raccolta anche dagli altri che sono entrati negli Elii. Come ti dicevo siamo un gruppo, ad esempio nel pezzo Ritmo sbilenco, l'invito esplicito a combattere la brutta musica e distruggere il «regressive» è opera di Faso. In realtà quello che facciamo noi non è solo musica, abbiamo costruito un rapporto con quelli che ci vengono ad ascoltare, io personalmente vivo questo lavoro come una specie di missione, ora senza esagerare, ma è il tentativo di intrattenere chi ci ascolta per qualche ora facendo in modo che quando esce dal teatro sia più allegro di quando è entrato.

Puoi parlarci del tuo rapporto con la musica classica?

Ho una formazione classica, sono diplomato in flauto traverso. Ho insegnato per un paio d'anni e lì ho concepito l'ideadel gruppo perché ho capito che a insegnare mi annoiavo. Poi nel '98 mi ha chiamato il compositore contemporaneo Azio Corghi per cantare in una sua opera, da lì ho avuto un rigurgito di classica e ho cominciato una carriera parallela. Un recital che faccio ancora adesso con il pianoforte dove canto un repertorio misto che si chiude con brani di musica contemporanea. Ho anche cantato nell'opera Il re nudo di Luca Lombardi e ho fatto tante volte Pierino e il lupo di Prokofiev, che adesso incido per Deutsche Grammophon. Trovo nella musica contemporanea una spinta creativa, pericolosa e coraggiosa, visto che è raro incontrare il gusto del pubblico. Un male di quest'epoca è adeguarsi, imitare, non inventare. È molto più comodo e facile non inventare, sai già quello che piace alla gente per cui vai sul sicuro. Invece quello che mi è sempre piaciuto è inventare cose in terreni ancora vergini. Questo è il motivo per cui ammiro i compositori contemporanei, perché esplorano territori nuovi e impervi. Lavoro da parecchio tempo con Luca Lombardi, assieme abbiamo scritto alcuni pezzi che presento negli spettacoli e li chiudo apposta con musica contemporanea e ti assicuro che piacciono. Abbiamo trovato una chiave ironica e così con questo metodo la gente che viene ascolta della musica contemporanea vera, e la applaude.